domenica 12 giugno 2011

La morte non è una cosa per ragazzine

AUTORE: Alan Bradley
GENERE: Romanzo Giallo

TRAMA:

Torna la terribile detective undicenne Flavia de Luce, con la sua passione pericolosa per la chimica e per la soluzione di omicidi misteriosi. Nella magica atmosfera della campagna inglese degli anni ’50, questa volta Flavia si ritrova alle prese con ben due morti – separate nel tempo ma collegate nel più inverosimile dei modi. L’adorato burattinaio Rupert Porson ha uno sfortunato e fatale appuntamento con la corrente elettrica attraverso le corde che reggono i suoi pupazzi di legno. Ma chi può aver fatto una cosa del genere e perché? Flavia lascia immediatamente perdere i suoi esperimenti chimici e i suoi progetti vendicativi contro le sorelle e, inforcata la fidata bicicletta Gladys, parte dalla avita magione di famiglia decisa a risolvere questi misteri mortali. Che cosa sa la pazza che vive a Gibbet Wood? Che ruolo hanno uno strano pilota tedesco ossessionato dalle sorelle Brönte, una zia zitella acidissima, per non parlare di una scatola di cioccolatini avvelenati? E chi è veramente Nialla, l’affascinante ma bizzarra assistente di Porson? Tutto sembra collegato a una morte sospetta, avvenuta anni prima, e a un caso che la polizia locale non riesce a risolvere. Ma queste sue investigazioni non finiranno per mettere Flavia in un pericolo letale?

INCIPIT:
Giacevo morta al cimitero. Era passata un’ora da quando i miei cari mi avevano dato un ultimo affranto addio.
A mezzogiorno in punto, nel preciso istante in cui normalmente ci saremmo messi a tavola, eravamo aprtiti da Buckshaw: la mia bara in legno di rosa ben lucidato era stata portata fuori dal soggiorno e condotta con grande cautela lungo i gradini di pietra fino al vialetto, per poi scivolare con struggente facilità nel carro funebre che attendeva a porte spalancate, schiacchiando il mazzolino di fiori di campo affettuosamente deposto da una fanciulla del paese.
Avevamo poi percorso il lungo viale di castagni fino al cancello di Mulford, i cui grifoni rampanti distolsero lo sguardo al nostro passaggio, chissà se mossi dalla sofferenza o dall’apatia.
Dogger, il devoto tuttofare di mio padre, camminava a passi lenti accanto al carro funebre, a capo chino, una mano a sfiorare il tetto, come per proteggere i miei resti da qualcosa che soltanto lui vedeva. Al cancello, uno dei sordomuti dell’impresa di pompe funebri lo aveva finalmente convinto, con il linguaggio dei segni, a salire sull’autovettura presa a nolo.
E così mi avevano portata al villaggio di Bishop’s Lacey, passando con tanta pena lungo gli stessi sentieri erbosi e le stesse siepi polverose che avevo percorso in bicicletta tutti i giorni, da viva.
Arrivati all’affollatissimo cimitero della chiesa, mi avevano tirata giù piano dal carro funebre e trasportata a passo di lumaca lungo il sentiero fiancheggiato dai tigli. Mi avevano poi deposta per un attimo sull’erba appena falciata.
era seguita la benedizione al bordo della fossa spalancata, e nella voce del vicario che pronunciava la formula tradizionale c’era una nota di autentica afflizione.
era la prima volta che ascoltavo la liturgia della sepoltura da una posizione tanto vantaggiosa. L’anno prima avevamo partecipato, insieme a nostro padre, al funerale del signor Dean, il vecchio droghiere del villaggio. la sua tomba era proprio a pochi metri dal punto in cui mi trovavo io. si era già assestata, e nell’erba non restava che un leggero avvallamento che spesso si riempiva di pioggia stagnante.
Ophelia, la mia sorella maggiore, diceva che la bara era sprofondata perchè il signor Dean era risorto e non era più lì fisicamente, mentre Daphne, l’altra mia sorella, diceva che era precipitata in una tomba sottostante, il cui inquilino precedente si era ormai disintegrato.
Pensai alla zuppa di ossa che c’era lì sotto: una zuppa in cui stavo per diventare un altro ingrediente.
“Falvia Sabina de Luce, 1939-1950”avrebbero fatto scrivere sulla mia lapide, un oggetto semplice e di gusto, in marmo grigio, senza sfoggio di inutili sentimentalismi.
Peccato. Se fossi vissuta più a lungo, avrei lasciato istruzioni scritte, con la richiesta di un tocco di Wordsworth.
“Una fanciulla di cui nessuno cantava le lodi e che ben pochi amavano.”
E se si fossero rifiutati di mettere quella, avrei indicato una seconda scelta:
“Un cuore sincero cui si fa torto, più facilmente cede allo sconforto.”
Soltanto Feely, che le aveva suonate e cantate al pianoforte, avrebbe riconosciuto questi versi dal Terzo libro delle arie di Thomas Campion, e sarebbe stata troppo rosa dal senso di colpa e dalla pena per dirlo agli altri.

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